A girl called Irene, fotografa e musicista tra simbolismo e post-punk.

Irene de La Selva, 26 anni di Madrid, è una fotografa indipendente, musicista e video maker. Il contenuto dei suoi lavori spazia tra fashion e ritrattistica, architettura e momenti di vita.
Voce e tastiere del progetto musicale ‘Small Prey’, gruppo post-punk electro formato da lei e Raffaele Cuccu, fa base a Berlino viaggiando per l’Europa.

Noi di Shedonism la conosciamo già, quasi bene.
E per quest’intervista siamo andate a casa sua, dove tra un caffè e una sigaretta, abbiamo fatto una chiaccherata più ‘privata’ scegliendo di porle delle coppie di parole, apparentemente contrarie, per ascoltare piuttosto che per chiedere.


Shdnsm
: Moda / Arte

Irene : Moda e arte sono per me definibili come processi creativi, sono entrambe vie per sviluppare una ‘voglia’ artistica.
Non posso dire quali delle due abbia più rilevanza per me, essendo importanti ugualmente per il mio corso estetico creativo.
L’ispirazione parte principalmente da un periodo storico o ramo artistico, preferendo non prendere influenza dalla moda per creare moda, guardo spesso anche ad altri settori, come la storia dell’arte, la pittura, la scultura ma soprattutto architettura.
L’architettura è fondamentale per la costruzione della mia immagine nella scelta dell’angolazione, che è un po’ come per un pittore scegliere la cornice per il quadro da esporre.
Un legame molto forte tra le due è dato anche dal fatto che quello che cerco di esprimere con la fotografia di moda è essenzialmente ciò che preferisco nell’arte, ossia il simbolismo.


Shdnsm: Vecchio / Nuovo

Irene: Per me, sicuramente, Vecchio.
Quello che io concepisco per Nuovo è collegato a un sentimento ‘isterico’ quasi, consumistico sicuramente, che si manifesta quando sentiamo la necessità di avere ciò che è all’ultimo grido o non difettoso. Mentre parlando principalmente di oggetto, è più bello se è capace di raccontare una storia, magari con i ‘segni’ che porta.
In cui sia possibile leggere magari chi prima l’abbia usato, o addirittura chi l’ha creato, e che abbia avuto un percorso di vita prima di arrivare alla persona che lo compra, o che lo trova.

Shdnsm: Può il contrasto, quello tra vecchio e nuovo, essere collegabile alla scelta fotografica che spesso fai, analogico piuttosto che digitale?

Irene: Io sono molto romantica artisticamente.
E la fotografia analogica mi permette di sviluppare qualcosa che non mi è permesso sviluppare con la fotografia digitale, ossia la magia vera e propria di non sapere cosa sto facendo.
Il disagio di non sapere se la foto poi, una volta sviluppata, sia esattamente ciò che pensavo che fosse in quel momento.
La camera diventa intermediario tra l’immagine che vedo e il mio immaginario, e non intenzione principale dell’atto di fotografare.
La fotografia digitale da troppi input per permetterti di essere libero nella scelta del tuo ‘marchio di fabbrica’, come nella scelta di un filtro tra tantissimi, in un programma di trattamento immagine.


Shdnsm:
Ritratto / Autoritratto

Irene: Il ritratto mi piace, ma non mi piace farlo a tutti. Devo vedere qualcosa nella persona che ho davanti, che mi porta a ritrarla.
Il fatto che io usi me stessa molto spesso come soggetto, quindi autoritratto, nasce dalla mia necessità di dover fotografare in quell’esatto momento in cui la sento.
Ho iniziato dal principio ad usare me stessa nelle foto perché io so, davvero, come voglio che venga quel ritratto.
Tecnicamente posso sempre fare un bella foto, ma quello che mi interessa è ricreare una storia, una scena. Non deve essere una storia reale, non mi interessa raccontare la realtà di una persona, anzi, è molto più fantastica che altro. Per far si che chi la veda abbia la mente libera leggendola.


Shdnsm:
Underground / Mainstream

Irene: Underground un tempo significava stare al margine del mondo Maistream, ma in questo momento storico non lo vedo possibile; io non credo nell’Underground.
Esistono sicuramente persone che si sono distaccate da una ‘social way’, che hanno fatto una serie di scelte che le hanno portate a non essere dominate dalla società consumistica, dai canoni estetici e via dicendo.
Adesso non puoi essere nell’Underground senza essere nel Mainstream, non puoi fare Fashion senza fare business, ad esempio.

Shdnsm: e nella musica, gli ‘Small Prey’ ?

Irene: Per quanto riguarda gli ‘Small Prey’, il nostro è un progetto ‘personale’, se cosi’ è definibile, dove è sempre la necessità di soddisfare un bisogno di fare e creare che ci fa produrre. E’ sostanzialmente un prendere gli strumenti e suonare.
Per quello che può essere il ritorno sociale o economico del progetto, è un altro discorso, ma si parla sempre e comunque principalmente dell’esigenza di riempire un vuoto.
Fatto sta che in un momento storico come quello in cui stiamo vivendo, mi sembra tutto molto poco Underground.
Noi prendiamo ispirazione dal post-punk americano: non è tanto l’acidità musicale a definirlo, quanto l’utilizzo del testo come ripetizione, quasi a diventare un mantra.
Siamo comunque in via di sviluppo, ma sicuramente anche ‘Small Prey’ è complementare a tutto quello che facciamo, a quello che faccio io, è la nostra vita.

Tutti i lavori di Irene sono su:

www.irenedelaselva.net
e
delaselvaphotography.tumblr.com

Le foto in sequenza:

1. Immagine in apertura, Autoritratto, Berlino 2013
2. Ozon Magazine
3. Glassbook Magazine, ‘She was everywhere when she vanished’
4. Noctis Magazine
5. Autoritratto, Berlino 2013
6. ‘Words are just words and can’t change the world’

In galleria:
1 e 2. Kaltblut Magazine, Gigo
3 e 4. Ozon Magazine
5. Glassbook
6. Noctis Magazine
7. The book of desires
8. C-Heads
9. Seehorses Wall, 2013
10.  ’Words are just words and can’t change the world’

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