Dismaland – Il trionfo della street art nel parco del disagio di Banksy

Weston-Super-Mare è una cittadina affacciata sul mare, a 20 minuti di treno da Bristol, nel Somerset, in Inghilterra. E’ un po’ come se fosse una Montecatini Terme con un tocco di riviera romagnola: tanti anziani che passeggiano per le strade in cerca di aria buona per la salute, negozi e alberghi che offrono sconti ai pensionati, lungomare con panchine, moli e balere. Il tutto mixato con un’atmosfera leggermente decadente, con edifici in rovina e minuti che sembrano passare più lenti del solito.

In questo paesino, e precisamente nel Tropicana, un ex complesso balneare semi-diroccato, lo street artist di fama mondiale Banksy ha deciso di ambientare il suo Dismaland: un sogno ad occhi aperti, una follia, un “bemusement park” che altro non è che la parodia di un “parco dei divertimenti” e una dura critica all’industria del divertimento tutta.

E’ questo quello che scopro quando, sul finire di agosto, torno dalle mie vacanze “lontana dai media”. E la mia reazione è tipo: “Aspettate. Un. Attimo. Banksy ha aperto un finto parco dei divertimenti in un paese deprimente del Somerset, dove ci sono opere di 58 artisti della controcultura, in un’atmosfera surreale? Datemi una cartina e fatemi capire dov’è questo posto.”

Una settimana e tante ore di refresh del sito di Banksy per acquistare i biglietti dopo, sono fuori Dismaland in una tiepida giornata uggiosa di settembre. C’è una fila chilometrica per entrare, ma scorre veloce, per quelli che hanno acquistato la prevendita. Se non sei tra i premuniti, a quanto pare, devi aspettare che entrino prima TUTTI quelli che hanno già il biglietto, e sono davvero molti.

L’ingresso di Dismaland è imponente, e tetro. Entro e passo attraverso controlli di sicurezza, scanner, metal detector: tutto finto, di cartone. Una guardia del parco, sgarbata, mi chiede “c’è il sole qui dentro? togli quegli occhiali, e non sorridere!”. In effetti, degli addetti al parco nessuno sorride. Laddove Disneyland è tutto entusiasmo e colore, il parco di Banksy risponde con grigiore, sporcizia, tristezza. Un falò di libri. Un teatrino di marionette con uno spettacolo sulla violenza domestica. Una camionetta della polizia ribaltata, come fontana. Un carosello coi cavalli, solo che (“ops”) uno di questi è appeso a un gancio da macellaio, pronto a diventare il ripieno per le tue lasagne precotte. E’ come Disneyland, solo che è sbagliato. C’è il castello, ma è diroccato. C’è la sirenetta, ma è low res, ha un disturbo, aspetta che controllo la connessione. C’è la musichetta di sottofondo, ma ricorda più un mix tra un film dell’orrore e i lunapark d’antan, che gli accattivanti motivi dei giorni nostri. E la voce registrata ti ricorda di divertirti, perchè è col divertimento che con la gente rimane distratta.

Nei lavori esposti ci sono i temi cari a Banksy: il controllo di massa, lo stato di polizia, la critica alle banche (ci sono bancomat finti che quando inserisci la tua carta ti dicono che sei povero per sempre, e se vuoi chiedere un mutuo che comunque non potrai pagare), la guerra e i suoi orrori. Banksy definisce il tutto “una fiera d’arte con un livello base di anarchia”, “un’alternativa alla banalità sdolcinata della gita in famiglia”, “molto più economico dell’alternativa”.

L’aria che si respira è surreale. Non capisci se devi divertirti, o essere triste. Se devi comprare i palloncini con la scritta “I am an Imbecile”, se devi guidare le navi con i profughi in un laghetto pieno di morti affogati, se devi farti un selfie nel “selfie hole” o se ti devi indignare… “Bemusement park”, il parco della confusione, appunto.

Le opere d’arte nel museo, per esempio, mi hanno lasciato un po’ di disappunto. Nulla di sconcertante, nulla di memorabile: la stessa “grande onda” di Banksy non mi è sembrato uno dei suoi migliori lavori, il Damien Hirst mi sembrava una parodia dei Damien Hirst e così via, boh, sarà che l’aria di disagio mi aveva già contagiato. Discorso a parte per il meraviglioso plastico di Jimmy Cauty. La sua città, perfetta nei minimi particolari ma popolata solo da poliziotti era un pugno nello stomaco. Tre anni di lavoro, io ci avrei passato quattro anni ad osservarlo.

E poi ho adorato guardare la morte divertirsi come una matta sull’autoscontro, sulle note di Stayin’ Alive. E la Cenerentola incidentata, sbalzata fuori dalla carrozza che la stava portando al ballo, paparazzata da fotografi-avvoltoi, beh… mi ha traumatizzato anche se non sono più una bambina.

Il parco di Banksy dichiara il suo intento e lo realizza alla grande: genera disagio e disorienta. Informa, criticando. Che queste sensazioni e questi input, poi, diventino spunto di riflessione sta alla sensibilità di ognuno. Personalmente, sebbene adori le montagne russe di Gardaland in maniera quasi patologica, il “la fuga dalle fughe dalla realtà” che mi ha proposto Dismaland mi rimarrà nel cuore a lungo.

Banksy official website

Dismaland official website

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